Una riflessione personale sui fatti che da 10 anni interessano i cittadini del Comune di Sarezzo, legati alla costruzione di un impianto di pirolisi conosciuto come Sares Green, in un’area della Valtrompia densamente abitata e già molto inquinata.
Quando la costruzione di un impianto industriale a ridosso di abitazioni viene approvata nonostante migliaia di firme contrarie e un decennio di opposizione popolare, sta dichiarando una gerarchia di valori: il profitto di un privato vale più della salute di una comunità.
Quando la decisione viene presa a livello regionale, scavalcando la volontà espressa dalla comunità locale, quella gerarchia si fa ancora più netta.
Questa gerarchia, oltre a essere eticamente inaccettabile è incompatibile con il quadro filosofico su cui si fonda la convivenza democratica.
Il Comune, inoltre, anche se dispone di strumenti per opporsi (come il ricorso al TAR), sceglie la strada più blanda della vigilanza.

L’ecologia trattata come noia burocratica
Nelle pubbliche amministrazioni italiane l’ecologia è spesso gestita come un vincolo burocratico da rispettare per ottenere autorizzazioni. Si guardano le leggi e se la costruzione le rispetta, allora va bene.
Arne Næss, filosofo norvegese che ha coniato il termine ecologia profonda, distingueva tra un’ecologia superficiale, cioè quella che si limita a ridurre l’inquinamento per proteggere la salute umana nel breve periodo, e un’ecosofia, cioè una visione del mondo in cui l’ambiente non è una risorsa da sfruttare ma un sistema di relazioni di cui l’essere umano fa parte.
Nell’ecosofia di Næss, la domanda non è quanto inquinamento possiamo tollerare? ma che tipo di relazione vogliamo avere con il territorio in cui viviamo?.
Questa distinzione, se considerata, dovrebbe avere conseguenze dirette sul modo in cui un sindaco, un assessore o un consiglio comunale prendono le loro decisioni.
Un’amministrazione che si limita a verificare il rispetto dei limiti di legge opera nell’ecologia superficiale: i numeri sono a posto e la pratica si approva.
Nel caso di Sares Green, in realtà, la situazione è ancora peggiore: i prodotti dell’impianto sono classificati come sostanze a composizione variabile, non esistono norme tecniche di prodotto per nessuno dei tre (Lo dice ARPA stessa, pag. 10).
Un’amministrazione che ragiona in termini ecosofici si chiede se quel tipo di attività sia compatibile con la vita di chi abita quel territorio, indipendentemente da ciò che dice una tabella di valori-soglia.
Il problema della gerarchia in democrazia
Murray Bookchin ha costruito un intero sistema filosofico, l’ecologia sociale, attorno a un’idea precisa: la devastazione ambientale non è un problema tecnico, è il prodotto di gerarchie sociali. Finché esistono rapporti di dominio tra esseri umani, quegli stessi rapporti si riprodurranno nel modo in cui trattiamo la natura. Un’impresa che può imporre un impianto inquinante a una comunità che lo rifiuta sta esercitando esattamente quel tipo di dominio.
Bookchin proponeva il municipalismo libertario come risposta: le decisioni che riguardano un territorio devono essere prese dalle comunità che lo abitano, attraverso assemblee dirette. Anche se non si sposa la filosofia libertaria di Bookchin, basta avere onestà intellettuale per riconoscere che ha colto un punto reale.
Quando 12.000 persone in un comune di 13.000 abitanti (e come non citare il finale di Parco Sempione degli Elio e le Storie Tese) firmano contro un progetto e vengono ignorate, il problema non è solo ambientale, ma democratico. L’ente locale smette di rappresentare i cittadini e diventa un intermediario tra interessi economici e apparati burocratici regionali.
Nel caso specifico, l’autorizzazione finale è arrivata dalla Regione tramite il PAUR (Provvedimento autorizzatorio unico regionale). Il PAUR consente di realizzare l’impianto anche in variante del PGT, cioè in deroga alla pianificazione urbanistica comunale.
Durante l’iter, la precedente amministrazione ha usato tutti gli strumenti a disposizione: pareri negativi, studi commissionati all’Università di Brescia, richiesta formale di VIA, partecipazione attiva alla Conferenza dei Servizi.
Con il cambio di amministrazione nel 2024, il tono è passato dall’opposizione esplicita alla “vigilanza“.
Ora che il PAUR è stato rilasciato, quegli strumenti pre-autorizzazione non sono più disponibili. Resterebbe il ricorso al TAR per impugnare il provvedimento regionale, come altri Comuni hanno fatto in situazioni analoghe.
Mentre il comitato cittadino ha già annunciato di voler ricorrere, il Comune, per ora, ha solo dichiarato che vigilerà, il che significa che eviterà di esercitare ciò che è in suo potere per fermare la costruzione.
Quando il principio di precauzione e la tutela della salute vengono ignorati
L’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea stabilisce che la politica ambientale dell’Unione si basa sul principio di precauzione. Significa che quando un’attività presenta rischi plausibili per la salute o per l’ambiente, l’assenza di certezza scientifica completa non giustifica il rinvio di misure preventive. Il principio non è aspettiamo che qualcuno si ammali e poi vediamo, ma l’esatto contrario.
In Italia, la riforma costituzionale del 2022 ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi della Repubblica, modificando gli articoli 9 e 41. L’articolo 32 tutela la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività. Queste sono norme che un’amministrazione comunale dovrebbe rispettare.
Quando un ente regionale autorizza un impianto con ricadute sanitarie potenziali su una popolazione residente, il comune interessato ha il dovere di usare ogni strumento a disposizione per far valere il principio di precauzione.
Le esternalità negative: profitto privato, costi collettivi
In economia, le esternalità negative sono costi generati da un’attività produttiva che non ricadono su chi la esercita, ma sulla collettività.
Un impianto di pirolisi che tratta rifiuti industriali genera profitto per il suo proprietario. Le emissioni, il rumore, il traffico pesante, il rischio sanitario e l’eventuale deprezzamento immobiliare ricadono su chi vive nelle vicinanze.
I costi sanitari a lungo termine, a causa di patologie respiratorie, tumori o malattie croniche, li paga il sistema sanitario pubblico, cioè la fiscalità generale.
Questo schema è noto ma nel dibattito pubblico locale viene regolarmente ignorato e coperto dalla retorica dello sviluppo e dell’occupazione, anche se l’occupazione è relativa a una manciata di posti di lavoro e lo sviluppo è del singolo.
Un’amministrazione che accetta questo ricatto narrativo ha rinunciato a governare e si limita a ratificare decisioni prese altrove.
La fallacia logica del NIMBY
A chi si oppone a un impianto industriale vicino a casa viene spesso appiccicata l’etichetta NIMBY, che sta per Not In My Back Yard, non nel mio giardino. L’accusa è di egoismo localistico di chi vuole i benefici ma non i costi che scaricherebbe volentieri su qualcun altro. È una critica che viene fatta per lo più a chi si oppone alla costruzione di impianti nucleari nella propria zona.
L’etichetta funziona come strumento retorico perché evita di affrontare nel merito le obiezioni. Se un Comitato che rappresenta dodicimila persone (aka firme) si oppone a un impianto dopo averlo studiato per anni, ridurre questa opposizione a NIMBY è intellettualmente disonesto.
In termini logici, è un argomento fantoccio (strawman): si sostituisce la posizione reale degli oppositori, cioè che questo impianto è pericoloso e non dovrebbe esistere, con una versione caricaturale e si attacca quella.
Eppure, anche in questo caso basterebbe un po’ più di onestà intellettuale per capire che il problema di chi si oppone a un impianto che produce 4.500 tonnellate di rifiuti pericolosi all’anno non è dove lo metti, ma di non metterlo proprio, ovunque. Il problema è l’impianto stesso, incompatibile con il rispetto per l’ambiente, il territorio e i cittadini.
Più che un NIMBY si tratta di un NIABY, Not In Anyone’s Back Yard.
L’ecosofia di Næss conduce esattamente a questa conclusione: non si tratta di spostare il danno, ma di ripensare il modello.
Joan Martinez-Alier ha documentato come le resistenze locali agli impianti inquinanti siano spesso le forme più concrete e informate di ambientalismo, espressione di quello che definisce ecologismo dei poveri, cioè di chi subisce in prima persona le conseguenze delle decisioni ambientali altrui.
La Convenzione di Aarhus e il diritto di sapere
La Convenzione di Aarhus, ratificata dall’Italia nel 2001, sancisce tre diritti in materia ambientale:
- Accesso alle informazioni ambientali: Obbligo per le autorità pubbliche di rendere disponibili le informazioni ambientali su richiesta o in modo attivo.
- Partecipazione del pubblico: Diritto di partecipare ai processi decisionali che riguardano l’ambiente (piani, programmi e progetti).
- Accesso alla giustizia: Diritto di ricorrere a un tribunale o a un organo indipendente per far valere i diritti ambientali, incluse le violazioni.
Questi diritti sono obblighi per le amministrazioni pubbliche. Un cittadino ha il diritto di sapere cosa verrà emesso in atmosfera vicino a casa sua, di partecipare alla valutazione di impatto ambientale in modo sostanziale (non come pro forma) e di ricorrere in sede giudiziaria se questi diritti vengono negati.
Quando un’amministrazione procede nonostante l’opposizione documentata di migliaia di residenti, sta rispettando la lettera della Convenzione solo se ha garantito una partecipazione reale, non simulata. Reale significa che le osservazioni dei cittadini sono state valutate nel merito e che le risposte sono state motivate punto per punto, non liquidate con formule generiche sul rispetto dei parametri.
L’amministratore come custode
Chi amministra un territorio non è un notaio ma dovrebbe essere custode di un bene comune, come l’aria, l’acqua, la terra, la salute, che non gli appartiene e che non può cedere. Amministrare significa questo, dopotutto.
Il Comune dichiara di non avere l’autorità per rilasciare titoli in questo procedimento. È vero che l’autorizzazione è regionale ma questo, come già detto, non esaurisce il potere del Comune. È una scelta politica.
Che valore ha la vigilanza di chi ha rinunciato a tutelare la salute cittadini?
Un’amministrazione che non fa questo non sta governando, ma sta amministrando gli interessi di qualcun altro.
Informazioni maggiori si possono trovare su No Sares Green.