Sperimentazione umana e vaccini in pandemia

È eticamente accettabile infettare di proposito individui sani per testare tossicità ed efficacia di un nuovo vaccino?

L’iter di sperimentazione di un vaccino è analogo a quello di un qualsiasi farmaco. In situazioni normali, possono essere necessari dai 2 ai 10 anni per completare tutte le varie fasi. Quando tuttavia si è in piena pandemia e un vaccino è ciò che permetterebbe di poter tornare alla normalità, molti ritengono che un iter che prevede un lasso di tempo così lungo non sia percorribile ed è necessario trovare altre strade.

Una proposta prevede di somministrare il vaccino a dei volontari e infettarli di proposito, così da valutare in un colpo solo sia la tossicità che la efficacia del vaccino e, di fatto, accorciare i tempi.

Una soluzione che, si può ben capire, ha fatto storcere il naso in quanto ritenuta da molti sia non eticamente accettabile che un abbandono dei criteri di ricerca ormai consolidati.

Ma è possibile giustificare eticamente una soluzione simile?

Per rispondere andiamo per punti.
La prima cosa da sapere è cosa prevede nello specifico l’iter di sperimentazione di una sostanza (farmaco o vaccino) prima della messa in commercio.

L’iter di sperimentazione

L’iter di sperimentazione di un farmaco o di un vaccino si compone di due stadi principali:

  • Sperimentazione pre-clinica
  • Sperimentazione clinica

Sperimentazione pre-clinica

È lo stadio precedente alla sperimentazione umana. Il vaccino viene testato in laboratorio (in vitro) e su animali (in vivo) per scovare la componente che stimola di più il sistema immunitario e capire qual è il livello di tossicità della molecola su un organismo vivente complesso, come somministrarla e come in seguito viene eliminata.

Già qui ci sarebbero enormi problematiche etiche da affrontare dal punto di vista dell’etica animale, ma ciò che ci interessa in questa sede è la sperimentazione sull’uomo, ovvero lo stadio successivo.

Sperimentazione clinica

Dopo aver ottenuto dei dati preliminari dopo la sperimentazione pre-clinica in vivo, è il momento di testare la molecola sull’uomo per valutarne tossicità e efficacia.
Questo stadio si compone di 4 fasi: 3 fasi precedenti la commercializzazione e l’ultima fase di monitoraggio successiva alla commercializzazione.
Con l’avanzare delle tre fasi, viene coinvolto un sempre maggior numero di individui per testare il vaccino su larga scala.

Fase I di sperimentazione: tossicità e tollerabilità

Si coinvolge, su base volontaria, un gruppo ristretto di individui sani. Obiettivo di questa fase è valutare la tossicità e tollerabilità della sostanza.
I volontari vengono quindi divisi in diversi gruppi, ciascuno dei quali assume una dose diversa della sostanza: in questo modo è possibile valutare qual è la minor dose con meno effetti collaterali possibili.

Se quindi la sostanza dimostra di avere un livello di tossicità accettabile rispetto al beneficio previsto, si passa alla fase II.

Fase II di sperimentazione: posologia e immunogenicità

In questa fase il numero di individui coinvolti è maggiore e a differenza della fase precedente, la Fase II ha come oggetto un numero ristretto di individui malati, affetti cioè dalla patologia per cui la sostanza è pensata come cura o vaccino.
Obiettivo è capire posologia e immunogenicità della sostanza, ovvero capire se e come la sostanza porti beneficio a chi soffre della malattia.
Anche qui gli individui vengono divisi in gruppi, ai quali viene somministrata una dose differente del farmaco o del vaccino, oppure un placebo.
Gli studi vengono inoltre condotti in singolo cieco, ovvero i pazienti non sanno qual è la sostanza a loro somministrata, o in doppio cieco, ovvero anche i medici non sanno cosa stanno somministrando.

Durata di questa fase: 2 anni, circa.

Fase III di sperimentazione: efficacia e rapporto rischi-benefici

È arrivato ora il momento di capire qual è l’efficacia della sostanza e qual è il rapporto rischi-benefici.
Si allarga quindi il bacino di individui e lo studio viene condotto in modo randomizzato e controllato. Ad un certo numero di malati si somministra la sostanza, ad altri un placebo.
La scelta di cosa somministrare a chi è casuale.

Questa è la fase più importante perché sulla base di quanto viene analizzato gli organi competenti (es: Aifa) decidono se commercializzare la sostanza. La durata di questa fase è quindi molto lunga, dai 3 ai 5 anni.

Fase IV: Commercializzazione e monitoraggio

Se tutto va per il meglio e la sostanza porta i risultati sperati si passa all’approvazione dell’organo competente, alla commercializzazione e quindi all’ultima fase. La sostanza viene quindi distribuita in tutto il mondo e se ne monitorano gli effetti sia su larga scala che su lungo periodo.

Seguendo questo iter classico quindi si può già capire che i tempi richiesti non combaciano, in tempi di pandemia, con le esigenze sia economiche che sociali di un paese.

Che fare dunque?

Aspettare 10 anni prima di tornare alla normalità è del tutto fuori discussione.
La soluzione proposta è: saltiamo le 3 fasi e valutiamo efficacia e tossicità tutto in una volta, infettando di proposito individui volontari sani a cui è stato iniettato il virus.

Tutto liscio come l’olio?

Ovviamente no. Oltre ai problemi etici legati alla sperimentazione umana classica c’è da fare i conti con l’intenzione di recare danno, seppure a volontari.

Come rispondere? È giustificabile?

Problemi etici nella sperimentazione umana

È etico sperimentare sull’uomo?

Da un punto di vista strettamente utilitaristico, sperimentare su un gruppo di individui volontari è giustificato dal fatto che il rischio che corrono pochi andrebbe controbilanciato con il beneficio per molti. Il benessere generale ne guadagnerebbe. Il calcolo costi-benefici sarebbe dunque positivo con il risultato di avere un farmaco o un vaccino che curerebbe da una malattia, anche a discapito di ripercussioni, anche gravi, verso alcune cavie.

Secondo una prospettiva utilitaristica sarebbe giustificabile anche infettare di proposito i volontari, se ciò porterebbe ad un maggior bene comune.

Anche secondo l’etica dei principi, seguendo il principio di autodeterminazione, la sperimentazione umana può essere eticamente accettata a patto che il volontario dia un consenso informato.

Affinché il consenso del volontario sia valido e quindi valga il principio di autodeterminazione, è necessario tuttavia che:

  1. L’informazione data al volontario sia giusta e corretta
  2. L’informazione venga compresa al 100% da parte dell’aspirante volontario
  3. La scelta sia totalmente libera
  4. L’individuo abbia in ogni momento la possibilità di recedere.

Solo in questo modo, con un consenso così informato, il volontario, consapevole dei rischi, può decidere di sua autonomia di correre un rischio personale nel nome di un rilevante interesse sociale.

L’etica dei principi giustificherebbe anche per la proposta di infettare di proposito volontari sani per accorciare i tempi?

La trasgressione del principio Ippocratico di non nuocere sembrerebbe infatti scontrarsi con questa proposta: un medico non può infettare di proposito un paziente.
Tuttavia tale scelta può essere giustificata dal principio di giustizia, sempre accertando che ci sia una ragionevole proporzione tra i benefici attesi del vaccino e i rischi.

Il beneficio sociale della ricerca quindi, inteso in termini di miglioramento sia economico sia nella qualità di vita degli individui della società, giustificherebbe il ricorso a cavie umane volontarie.

Riassumendo, quindi, la pratica di sperimentazione umana è eticamente giustificabile se concorrono quattro fattori, ciascuno legato ai 4 principi di etica biomedica.

  1. Consenso informato: l’individuo-volontario deve essere coinvolto nel processo decisionale secondo il principio di autonomia;
  2. I benefici per il soggetto e le chances di successo devono essere ragionevolmente proporzionati ai rischi, secondo il principio di beneficienza;
  3. La sperimentazione deve essere il più possibile sicura, in nome del principio di non maleficenza;
  4. La società dovrà trarne beneficio, sia in termini economici che soprattutto nella qualità di vita, nel nome del principio di giustizia.

Il punto di vista di Hans Jonas: autoreclutamento della comunità scientifica

Hans Jonas critica fortemente sia la giustificazione di stampo utilitaristico sia l’idea che basti un consenso informato e un utilità sociale per giustificare la sperimentazione umana.

Non è tanto il fatto che in questo modo la rendiamo [la persona ndr] temporaneamente un mezzo [crf. Kant ndr] (cosa che accade di continui nei rapporti sociali di ogni genere), quanto che la rendiamo una cosa, qualcosa di soltanto passivo per sperimentare l’effetto di atti che non sono neppure vere azioni, ma prove di un’azione reale che si compierà altrove, in futuro.

Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica (1985).

Il problema principale della sperimentazione umana è il fatto dunque che il volontario è considerato non solo un mezzo, ma una cosa, spersonificato e il solo consenso formale che viene dato dal volontario, appunto in quanto meramente formale, non è una libera scelta autentica dell’individuo.

Perché non è una scelta autentica?

Perché entra in gioco una pressione morale nei confronti dell’individuo dalla società. Lanciare un appello per la ricerca di volontari per sperimentare un vaccino che salverebbe il mondo da una pandemia, porterebbe l’individuo ad offrirsi volontario perché lo sente come dovere. Ecco che dunque l’autenticità di una scelta libera viene meno.
Il consenso inoltre rischierebbe di non essere adeguatamente informato in quanto chi lancia l’appello e dovrebbe informare i candidati, è anche colui che ha interesse che accettino. Non è dunque un testimone al di sopra di ogni sospetto.

La soluzione proposta da Jonas è che il reclutamento di volontari avvenga esclusivamente all’interno della comunità scientifica.

I volontari non devono essere individui comuni, ma scienziati, che conoscono perfettamente i rischi e il cui consenso sarà sì autentico e libero in quanto perfettamente informato e volto ad un obiettivo che è nel loro pieno interesse.

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