Con il Cogito Ergo Sum, Cartesio ha trovato l’unica certezza possibile: qualcosa sta pensando qui e ora. E tutto il resto? La realtà? Il mio corpo?
Cartesio ha ancora ragione?
Fermati un attimo. Prova a ricordare cosa stavi facendo cinque minuti fa. Ce l'hai? Bene.
Ora prova a stabilire come fai a sapere che quel ricordo è autentico e non un'immagine arrivata già pronta, depositata adesso nella tua mente insieme alla convinzione che il "prima" sia esistito davvero.
Nessuna verifica interna è in grado di distinguere una memoria reale da una falsa che si dichiara reale. Cartesio aveva ragionato su qualcosa di simile, anche se per motivi diversi e da quel ragionamento aveva tratto la sua unica certezza, il Penso, dunque sono, esisto. Quella certezza, vista oggi, regge ancora?

Datemi un cogito e vi deriverò il mondo
Cartesio scrive le Meditazioni demolendo poco a poco le certezze dell'epoca. I sensi ingannano, il mondo esterno potrebbe essere un sogno. La matematica potrebbe essere frutto di un "genio maligno", un'entità potente abbastanza da fargli sbagliare anche due più tre. A quel punto resta una sola cosa che non si lascia scrostare: l'atto stesso di dubitare.
Per dubitare bisogna pensare e per pensare bisogna esistere. Ego sum, ego existo: io sono, io esisto. È qualcosa che vale ogni volta che lo enuncio o lo concepisco. Non vale un secondo prima, né un secondo dopo, ma solo in quel preciso momento.
Poi Cartesio si spinge un po' oltre. Da quella certezza, Cartesio pretende di derivare l'esistenza di Dio, l'affidabilità della ragione, l'esistenza del mondo esterno e con essa, quindi, la possibilità della scienza.
La metafora è esplicita all'inizio della Seconda Meditazione: Archimede chiedeva un solo punto fermo e immobile per sollevare la Terra. Allo stesso modo, lui cerca un solo punto saldo per ricostruire il sapere.
Piccola nota filologica per i nerd della filosofia. La formulazione francese je pense, donc je suis è del Discorso sul metodo, 1637. Ego sum, ego existo è delle Meditazioni, 1641.
Il celebre cogito, ergo sum invece appare solo nei Principia philosophiae del 1644. La frase che tutti citano è quindi una versione tarda, una specie di slogan editoriale ante litteram.
Hume e l'io che non c'è
Il primo problema del Cogito cartesiano arriva con un secolo dopo e da una direzione che Cartesio non aveva previsto. Nel Trattato sulla natura umana del 1739, più precisamente nel libro primo, parte quarta, sezione sesta, intitolata Dell'identità personale, David Hume conduce un esperimento mentale di introspezione e ottiene un risultato sgradevole.
Un problema per Cartesio più che per Hume, che si sarà sicuramente divertito.
Quando guarda dentro di sé alla ricerca di questo io di cui parla il cogito, non lo trova. Trova un dolore, una percezione di calore, un pensiero che passa, un'emozione, una sensazione di pressione sulla sedia. Non incontra però mai il soggetto. Le percezioni ci sono, ma non il loro presunto proprietario.
Da qui la sua tesi: l'io non è una sostanza, ma è un fascio di percezioni che si succedono. La sensazione di unità (il fatto che la tua percezione di adesso ti sembri appartenere allo stesso tu di stamattina) è una costruzione della memoria e dell'immaginazione, applicata dopo, non un dato di esperienza.
Ma, fatta eccezione per alcuni metafisici di questo genere, io azzardo affermare che il resto del genere umano non è altro che un fascio o collezione di percezioni differenti, susseguenti le une alle altre con rapidità inconcepibile, e si trovano in perpetuo flusso e movimento.
Trattato sulla natura umana, David Hume, 1739
[...]
Cosa dunque ci dà una propensione così grande ad ascrivere una qualche identità a queste percezioni successive, e a supporre di possedere un'esistenza invariabile e ininterrotta attraverso l'intero corso delle nostre vite?1
È una bella stoccata al cogito di Cartesio. Renato compie infatti due passi in uno: c'è pensiero e dunque c'è chi pensa. Per Hume invece non c'è alcun dunque. Il chi pensa è un'aggiunta perché, da buon empirista qual è, vede che l'esperienza diretta restituisce l'attività mentale, non un soggetto che la svolge.
C'è qualcosa che pensa, sì, c'è un'attività mentale, ma l'io è un'inferenza.
Ora prova a guardarti dentro con un minimo di attenzione, ricordando le parole di Hume. L'io vacilla, no?
Il cervello di Boltzmann
Nel 1895, Ludwig Boltzmann, il tizio grazie a cui possiamo dare la colpa all'entropia se casa nostra tende al disordine, sta cercando di capire perché l'universo non sia in equilibrio termodinamico, visto che la seconda legge della termodinamica sembra dire che dovrebbe esserlo.
La sua idea è che l'universo nel suo insieme potrebbe trovarsi in equilibrio e quello che osserviamo come ordine è in realtà una fluttuazione locale e statisticamente rara.
In altre parole, se l'universo tende al disordine, perché in questo momento è così ordinato? Ipotizzando un universo eterno, nonostante il disordine totale, può capitare che le particelle si dispongano in modo ordinato. Un po' come il Teorema della scimmia instancabile secondo cui una scimmia che prema tasti a caso su una macchina da scrivere, per un tempo infinito, finirebbe inevitabilmente per comporre qualsiasi testo esistente, inclusa l'opera di Dante.
Da questa intuizione, generazioni successive di fisici hanno tirato fuori una conseguenza molto interessante. Se l'universo è abbastanza eterno, allora le fluttuazioni casuali producono casualmente di tutto, comprese strutture organizzate.
Tra queste strutture, statisticamente, è meno costoso produrre un singolo cervello cosciente che si crede dentro un mondo, piuttosto che un intero mondo che produce cervelli per via evolutiva. Un cervello richiede meno entropia da assemblare di un universo intero.
Questa ipotesi è stato formalizzata tramite calcoli matematici da Andreas Albrecht e Lorenzo Sorbo nel 2004 in un articolo intitolato Can the universe afford inflation?.
Il problema si chiama cervello di Boltzmann. Se è statisticamente più probabile essere una fluttuazione termodinamica autocosciente che un essere umano nato da una storia evolutiva ordinata, allora l'ipotesi più razionale è ipotizzare di essere una fluttuazione.
Tu, che leggi questa frase, potresti essere un cervello apparso un momento fa nel vuoto interstellare, fornito di memorie false, di un corpo apparente, di un articolo apparentemente su Cartesio, di una sensazione apparentemente continua di essere te. Tra un paio di secondi ti dissolverai, ma il tu che esiste adesso non ha alcun rapporto reale col tu che credi di essere stato cinque minuti fa.
Il tuo presente potrebbe essere un istante di fluttuazione in cui un cervello è apparso e scomparso con tutti i suoi ricordi e sensazioni e il bello è che non c'è modo né di provare ciò, se non statisticamente, né di confutarlo. Come puoi confutare qualcosa che ti riguarda dall'interno?
Se ci pensi, è qualcosa da capogiro.
C'è una via d'uscita. L'argomento di Boltzmann è valido solo se l'universo ha una durata infinita, in quanto solo in quel caso le fluttuazioni casuali hanno il tempo di produrre cervelli isolati in numero statisticamente significativo. Se invece l'universo decade abbastanza in fretta, gli osservatori ordinari, cioè noi, restano la maggioranza. Don Page ha calcolato che questa soglia è di circa 20 miliardi di anni.
Ciò significa che per essere ragionevolmente sicuri di non essere una fluttuazione termodinamica con falsi ricordi, dobbiamo sperare che l'universo abbia un futuro relativamente breve (cioè circa 6-7 miliardi ancora).
Comunque sia, durata o meno dell'Universo, tu stai pensando e quindi il cogito cartesiano tiene benissimo. Il cervello di Boltzmann pensa e quindi esiste. La frase ego sum, ego existo è vera anche per lui, ogni volta che la concepisce. Solo che la concepisce una volta sola, in un istante isolato, senza nessun prima e probabilmente senza nessun dopo.
L'indebita inflazione che Hume criticava a Cartesio qui è piuttosto evidente. Niente res extensa, cioè niente mondo esterno garantito, e niente io come lo concepiamo comunemente.
Siamo in una simulazione?
Nel 2003, il filosofo Nick Bostrom pubblica sul Philosophical Quarterly un articolo intitolato Are You Living in a Computer Simulation?, che diventa subito uno dei testi più discussi della filosofia contemporanea.
L'argomento ha la forma di un trilemma, cioè: immaginiamo che in futuro una civiltà tecnologicamente avanzata possa simulare interi universi al computer. Un videogioco open world ma davvero open, un universo completo con stelle, pianeti e esseri umani che vivono le loro vite senza sapere di essere dentro una simulazione.
Propone poi tre proposizioni e se lo scenario prima descritto è possibile, allora almeno una di queste proposizioni deve essere necessariamente vera.
- o nessuna civiltà tecnologica raggiunge mai uno stadio in cui può simulare menti coscienti;
- o le civiltà che ci arrivano scelgono di non farlo;
- o noi stiamo quasi certamente vivendo dentro una di queste simulazioni.
Bostrom non sceglie quale delle tre sia vera, ma osserva che per escludere le prime due servono argomenti positivi, mentre la terza è lungi dall'essere una bizzarria fantascientifica. Razionalmente, regge.
Spiegazione semplice: poniamo che una sola civiltà avanzata produca un milione di simulazioni della propria storia. A quel punto, per ogni persona reale ne esistono un milione simulate. Se ti chiedi sono reale o simulato?, la risposta più probabile è simulato, perché i reali sono pochi, mentre i simulati sono quasi tutti.
Il bello di questa logica è che non possiamo dire con certezza di non essere in una simulazione, come ha dimostrato l'astronomo David Kipping nell'articolo A Bayesian Approach to the Simulation Argument.
Come si difende il cogito cartesiano, qui?
Se siamo in una simulazione, il pensiero del cogito è un processo computazionale che gira su un qualcosa di cui non sappiamo nulla.
Il mondo che percepiamo o il corpo che credo di abitare sono output di un sistema gestito da entità che potrebbero non avere niente in comune con la nostra idea di entità.
Anche in questo caso, come per i cervelli di Boltzmann, il cogito non cade, perché qualcosa effettivamente pensa, ma questo qualcosa è un algoritmo in esecuzione, non un soggetto io. È un calcolo che calcola di essere se stesso.
Il Basilisco di Roko, perfezionato
Entriamo ora nel territorio in cui la filosofia analitica e Internet si sono incontrate, con risultati discutibili.
Nel luglio 2010, sul forum LessWrong, un utente che si firma Roko pubblica un post che diventa rapidamente noto come il Basilisco di Roko.
L'idea, in soldoni, è questa: ipotizziamo che in futuro emerga un'intelligenza artificiale, potente abbastanza da decidere di punire retroattivamente chiunque ne abbia saputo dell'esistenza e non abbia contribuito attivamente a crearla. Questa simulerebbe esseri umani del passato e infliggerebbe loro sofferenza. Su questo esperimento mentale è nata una sorta di leggenda metropolitana secondo cui il solo leggerlo fosse pericoloso, porterebbe alla pazzia.
Puoi dirmi grazie.
A leggerlo bene però, con un po' di calma, ci si accorge che l'argomento ha una enorme fallacia logica, cioè funziona soltanto se ci credi. Per essere ricattato dal Basilisco devi accettare il quadro decisionale che lo rende sensato, simulare nella tua testa una versione di te che teme la punizione e di conseguenza sentirti effettivamente in pericolo.
Una versione internettiana di una religione, in pratica.
Se invece rispondi con una scrollata di spalle, il Basilisco non ha potere su di te. È un ricatto che si auto-realizza se lo accetti. Razionalmente quindi conviene rifiutarsi di prenderlo sul serio.
Se l'argomento del Basilisco nella sua versione originale fallisce, c'è un modo per ripararlo, o almeno ci provo, innestandolo nell'argomento di Bostrom.
Ipotizziamo che la superintelligenza futura ti abbia già simulato, moltissime volte. Statisticamente, allora, è più probabile che tu sia una delle simulazioni che l'originale storico. Non c'è nessuna credenza da sospendere o accettare, perché il problema non ti chiede l'autorizzazione: o sei l'originale o sei una delle copie, 50 e 50 come sostiene Kipping e non puoi sapere quale dei due 50 sei.
Anche stavolta, il cogito sopravvive. Le copie simulate pensano e dunque esistono. Solo che l'idea di essere l'originale, cioè chi crede di essersi svegliato stamattina e di stare leggendo questo articolo adesso, non ha più nessuna base logica su cui fondarsi.
Sei un'istanza tra molte, e nessuna delle istanze ha modo di sapere quale.
Conclusione: il cogito resta, ma da solo
Il cogito sopravvive a tutti e quattro gli attacchi subiti in questo articolo.
- Hume nota che l'io non si trova nell'esperienza diretta, ma comunque qualcosa che pensa esiste davvero.
- Il cervello di Boltzmann pensa per un istante e poi forse svanisce, ma in quell'istante esiste.
- Una mente simulata è una mente che pensa.
E poi? Questo cogito ha una durata zero, istantanea, puro presente, senza un prima o dopo e soprattutto senza ancoraggio a un mondo esterno verificabile. Non c'è un'identità persistente.
Tu non puoi essere sicuro al 100% di essere tu originale, una simulazione o un cervello effimero.
In tutto ciò resta un'affermazione vera: qualcosa sta pensando, qui, adesso.
Da questo però non segue necessariamente che esistano altri pensanti, né che esista il mondo oltre la mia percezione di esso. Non segue necessariamente nemmeno il passato di cui credo di avere memoria o il futuro che do per scontato esisterà.
Segue solo che, mentre leggi questa frase, è in corso un processo di lettura.
Ti basta?
Note
- Hume David, Trattato sulla natura umana, BUR, pag. 507