Il sistema di norme che dovrebbe regolare i rapporti tra stati sovrani ha perso credibilità e si è trasformato in uno strumento che si applica solo ai deboli.
Che cos’è il diritto internazionale
Il diritto internazionale è l’insieme di trattati, convenzioni e norme consuetudinarie che regolano i rapporti tra stati sovrani. La sua origine convenzionale viene fatta risalire alla Pace di Westfalia del 1648, i trattati che posero fine alla Guerra dei Trent’anni e stabilirono il principio della sovranità statale: ogni stato è padrone del proprio territorio e nessuna autorità esterna può interferire nei suoi affari interni.
Da quel momento, le relazioni tra stati non sono più regolate esclusivamente dalla forza militare o dall’autorità religiosa, ma da un sistema di accordi reciproci tra entità considerate formalmente uguali.
Nel corso dei secoli, questo sistema si è ampliato.
- Le Convenzioni dell’Aia (1899 e 1907) hanno codificato le regole della guerra.
- Le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 hanno stabilito la protezione dei civili e dei prigionieri durante i conflitti armati.
- La Carta delle Nazioni Unite, firmata nel 1945, ha posto il divieto dell’uso della forza come principio cardine: l’articolo 2, paragrafo 4, proibisce agli stati di ricorrere alla minaccia o all’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi stato. Le uniche eccezioni previste sono l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza (articolo 42) e la legittima difesa in risposta a un attacco armato (articolo 51).
I fondamenti filosofici
La riflessione filosofica sul diritto internazionale precede però la Pace di Westfalia. Ugo Grozio (Huig de Groot, se vogliamo evitare i latinismi) giurista olandese del Seicento, è considerato il padre del diritto internazionale moderno. Nel suo De iure belli ac pacis (1625), Grozio sostiene che esiste un diritto naturale che vincola le nazioni indipendentemente dai trattati: anche in assenza di un’autorità superiore, gli stati sono tenuti a rispettare obblighi derivanti dalla ragione e dalla natura umana. La guerra non è uno spazio privo di regole: esistono cause giuste e cause ingiuste e il modo in cui la guerra viene condotta è soggetto a limiti morali.
Immanuel Kant porta il ragionamento un passo avanti. Nel suo saggio Per la pace perpetua (1795), Kant propone un progetto per eliminare la guerra. La pace duratura, secondo Kant, è possibile solo attraverso una federazione di stati liberi, retti da costituzioni repubblicane, che si impegnano a risolvere le controversie per via diplomatica.
Kant sostiene l’esistenza di un diritto cosmopolitico che supera la logica della sovranità assoluta: ogni essere umano, in quanto cittadino del mondo, possiede diritti che nessuno stato può violare. Le istituzioni internazionali del Novecento, dalla Società delle Nazioni all’ONU, si ispirano in parte a questa visione.
Dall’altra parte di questi due, c’è Thomas Hobbes. Nel Leviatano (1651), Hobbes descrive lo stato di natura come una condizione di guerra di tutti contro tutti, in cui la vita è solitaria, misera, brutale e breve. Gli individui escono da questo stato cedendo parte della propria libertà a un sovrano dotato di forza coercitiva: il Leviatano. Tra gli stati però non esiste un sovrano, un’autorità sovranazionale con il potere di imporre il rispetto delle norme. Le relazioni internazionali, per Hobbes, restano in uno stato di natura permanente (anche Hegel era sulla stessa linea di pensiero, definendo al guerra come Tribunale della storia, Weltgericht). Gli stati si comportano come individui senza governo: cooperano quando conviene, tradiscono quando conviene di più.
La tensione tra Kant e Hobbes è la chiave per leggere la crisi attuale. Se Kant rappresenta l’aspirazione a un ordine razionale tra le nazioni, Hobbes descrive il meccanismo reale, che si attiva ogni volta che quell’ordine manca di un potere esecutivo reale.
Perché il diritto internazionale è necessario
Nonostante Hobbes, il diritto internazionale ha svolto una funzione concreta nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Ha fornito un quadro di riferimento comune per la diplomazia, un linguaggio condiviso attraverso cui gli stati possono risolvere dispute senza ricorrere alla forza. Ha stabilito limiti alla condotta degli stati nei conflitti armati, con la protezione dei civili e il divieto di determinate armi. Ha creato meccanismi, per quanto imperfetti, di giustizia internazionale: i tribunali per la ex Jugoslavia e Ruanda e la Corte Penale Internazionale.
L’esistenza di queste norme ha (aveva) un effetto deterrente. Anche quando gli stati le violano, il fatto che la violazione debba essere giustificata, mascherata o negata indica che il sistema mantiene un certo peso. Nessuno stato invade un altro paese dichiarando apertamente di farlo perché ne ha la forza. Si invocano ragioni di sicurezza, di legittima difesa, di protezione dei civili. Questa ipocrisia, paradossalmente, conferma che le norme esistono e che la loro violazione ha un costo reputazionale, oltre che effettivamente penale. Il problema nasce quando quel costo diventa trascurabile.
I meccanismi di enforcement e i loro limiti
Il diritto internazionale dispone di strumenti sanzionatori. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può autorizzare sanzioni economiche, embarghi e persino l’uso della forza contro uno stato che minaccia la pace. La Corte Penale Internazionale (CPI) può processare individui accusati di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio (Putin e Netanyahu tra gli ultimi). La Corte Internazionale di Giustizia risolve le dispute tra stati.
Nella pratica però, questi strumenti soffrono di un difetto strutturale: il diritto di veto. I cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) possono bloccare qualsiasi risoluzione. Questo significa che nessuna azione può essere intrapresa contro uno di questi cinque stati o contro i loro alleati, se uno dei cinque si oppone. La Russia blocca le risoluzioni sull’Ucraina. Gli Stati Uniti bloccano le risoluzioni su Israele. La Cina blocca le risoluzioni che riguardano i propri interessi. Il risultato è che il massimo organo decisionale per la sicurezza mondiale è paralizzato proprio nei casi in cui sarebbe più necessario.
La CPI, dal canto suo, non dispone di una forza di polizia. Dipende dalla cooperazione degli stati per eseguire i mandati di arresto. Potenze come Stati Uniti, Russia, Cina, India e Israele non riconoscono la sua giurisdizione. Un tribunale internazionale che non può processare i leader delle principali potenze mondiali è un tribunale con una giurisdizione asimmetrica per definizione.
È qui che Hobbes se la ride sotto i baffetti a sparviero: senza un Leviatano sovranazionale dotato di forza coercitiva reale, il diritto internazionale si regge sulla volontà degli stati di rispettarlo. Quando quella volontà viene meno, non c’è modo di imporlo.
L’erosione: casi concreti
L’erosione non è iniziata ieri. Possiamo dire che l’erosione è iniziata già da dopo la Seconda guerra mondiale, ma negli ultimi dieci anni ha subito un’accelerazione visibile.
Nel 2014 la Russia ha annesso la Crimea in violazione diretta della sovranità territoriale dell’Ucraina e degli accordi internazionali. Nel 2022, l’invasione su vasta scala dell’Ucraina ha rappresentato la più grave violazione del divieto dell’uso della forza in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. In entrambi i casi, il veto russo al Consiglio di Sicurezza ha impedito l’adozione di risoluzioni vincolanti. L’Assemblea Generale ha condannato sia l’annessione della Crimea (Risoluzione 68/262) sia l’invasione del 2022 (Risoluzione ES-11/1), ma le sue risoluzioni non hanno forza coercitiva..
Gli Stati Uniti hanno un lungo elenco di azioni in conflitto con il diritto internazionale. L’invasione dell’Iraq nel 2003 è avvenuta senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e sulla base di prove rivelatesi false riguardo alle armi di distruzione di massa. Il programma di droni, in particolare in Pakistan, Yemen e Somalia, ha comportato l’uccisione di civili in paesi con cui gli Stati Uniti non erano formalmente in guerra. Il centro di detenzione di Guantanamo, operativo dal 2002, ha trattenuto prigionieri per anni senza processo, in condizioni che diversi organismi internazionali hanno definito incompatibili con il diritto umanitario.
Israele rappresenta un caso particolarmente discusso. L’occupazione dei Territori Palestinesi dura dal 1967 e viola numerose risoluzioni dell’ONU. Le operazioni militari a Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno provocato la distruzione di vaste aree civili, con attacchi su ospedali, scuole e infrastrutture in quello che diverse organizzazioni per i diritti umani hanno documentato come violazione sistematica del diritto umanitario internazionale, nonché genocidio. Il 21 novembre 2024, la CPI ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della difesa Yoav Gallant, con le accuse di crimine di guerra (uso della fame come metodo di guerra e attacchi intenzionali contro la popolazione civile) e crimini contro l’umanità (omicidio, persecuzione e altri atti inumani). È il primo mandato di arresto della CPI contro il leader di un paese sostenuto dall’Occidente. Tutti i 125 stati membri della CPI sono tenuti ad arrestare Netanyahu e Gallant qualora entrino nel loro territorio.
Il caso più recente è la guerra contro l’Iran: il 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno lanciato attacchi congiunti contro l’Iran mentre erano in corso negoziati diplomatici tra Washington e Teheran sul programma nucleare iraniano. Appena due giorni prima, l’ultimo round di colloqui si era concluso a Ginevra con l’accordo di proseguire le trattative. Gli attacchi, secondo il relatore speciale dell’ONU Ben Saul, non rientrano nella legittima difesa contro un attacco armato e non sono stati autorizzati dal Consiglio di Sicurezza. Un bombardamento israeliano o americano su una scuola femminile nella città iraniana di Minab ha ucciso almeno 165 persone. Diversi giuristi internazionali hanno classificato queste azioni come crimine di aggressione.
Il problema non riguarda solo l’Occidente e la Russia. La Turchia, paese NATO, ha condotto operazioni militari nel nord della Siria contro le forze curde a partire dal 2018 in aperta violazione del diritto internazionale.
L’Arabia Saudita, con armi vendute da Stati Uniti, UK, Francia, Germania, Italia e Canada, ha guidato dal 2015 una coalizione militare nello Yemen in un conflitto che l’ONU ha definito la peggiore crisi umanitaria al mondo: più di 19.200 civili uccisi o mutilati dai soli raid aerei della coalizione, uso deliberato della fame come blocchi umanitari sistematici, mine anti uomo.
Il doppio standard
Se si osserva la lista delle violazioni, emerge un dato ricorrente: il diritto internazionale viene invocato per condannare certi attori e ignorato per altri. Questo doppio standard è inscritto nell’architettura stessa del sistema.
La guerra USA-Israele contro l’Iran del 2026 è l’esempio più recente. Gli attacchi sono stati lanciati senza autorizzazione dell’ONU, in assenza di un attacco armato iraniano in corso, durante negoziati diplomatici attivi. La giustificazione ufficiale (la prevenzione della proliferazione nucleare e il cambio di regime) non ha alcuna base nel diritto internazionale. Il cambio di regime forzato viola i principi di sovranità statale, e l’uso della forza preventiva (distinta dalla legittima difesa contro una minaccia imminente) non è contemplato dalla Carta dell’ONU.
Quando il diritto funziona in una sola direzione, smette di essere diritto e diventa un linguaggio del potere. Ogni violazione impunita riduce la credibilità del sistema e ogni riduzione di credibilità rende più facile la violazione successiva. Un ciclo vizioso.
Il diritto internazionale può essere ancora qualcosa?
Hobbes direbbe che ciò che sta accadendo era prevedibile, perché senza un potere coercitivo superiore agli stati, il diritto internazionale è un accordo che dura finché è conveniente per chi ha la forza di romperlo. La storia recente purtroppo sembra dargli ragione: le potenze nucleari agiscono come vogliono, le istituzioni internazionali sono paralizzate e l’efficacia del diritto internazionale si riduce ogni volta che qualcuno lo viola senza pagarne le conseguenze.
Kant direbbe a Hobbes che l’alternativa non è l’accettazione passiva dello stato di natura tra le nazioni. Il progetto di una federazione di stati liberi, regolata da un diritto cosmopolitico, non è mai stato realizzato per intero. Le istituzioni esistenti, l’ONU, la CPI, i trattati, sono approssimazioni imperfette di quell’idea, deformate dai rapporti di forza del 1945 e mai aggiornate. Riformare il sistema, a partire dal diritto di veto, sarebbe l’unico modo per renderlo coerente con i principi che proclama.
Al momento però resta la domanda: se il diritto internazionale funziona solo quando conviene ai potenti, è ancora diritto o è già diventato uno strumento che gli stati usano per legittimare le proprie azioni e delegittimare quelle altrui, privi di forza reale?