Ciò che sta accadendo a Gaza è uno di quei momenti in cui le parole devono abbandonare i toni della prudenza per farsi nette, senza compromessi. Non stiamo assistendo a una guerra, ma a un genocidio: la distruzione deliberata di un popolo, mentre la comunità internazionale resta spettatrice silenziosa.
Questo articolo sarà un po’ diverso dai soliti. Più di pancia e meno formale.
Perché proprio ora?
Perché la situazione si è fatta non solo insostenibile (lo è da tempo), ma anche terribilmente intrisa di ipocrisia.
Stiamo assistendo a un genocidio in diretta. Lo dico tranquillamente. Anzi, lo sto dicendo da quasi due anni ormai, da quando Israele ha iniziato l’assedio, ha interrotto l’ingresso di acqua, viveri, aiuti e media.
Stiamo assistendo purtroppo inermi. I valori etici occidentali e il diritto internazionale che ha regolato i rapporti fino ad oggi si sono totalmente sgretolati a colpi di doppi standard, bipensiero e neolingua di orwelliana memoria (war is peace, freedom is slavery, ignorance is strength).
L’unica arma che ci rimane è prendere una posizione di condanna e, almeno, far sentire questa posizione.
Quindi, ecco la mia.

Iniziamo con le definizioni: cos’è genocidio
Prima di tutto, facciamo chiarezza su cosa sia davvero il genocidio secondo il diritto internazionale. Non è un’opinione, né una posizione politica: è una definizione giuridica precisa.
L’Articolo 6 dello Statuto di Roma definisce il crimine di genocidio così:
Ai fini del presente Statuto, per crimine di genocidio s’intende uno dei seguenti atti commessi nell’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, e precisamente:
- Uccidere membri del gruppo
- Cagionare gravi lesioni all’integrità fisica o psichica di persone appartenenti al gruppo
- Sottoporre deliberatamente persone appartenenti al gruppo a condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica, totale o parziale, del gruppo stesso
- Imporre misure volte a impedire le nascite in seno al gruppo
- Trasferire con la forza bambini appartenenti al gruppo a un gruppo diverso
Guardate Gaza oggi. Guardate quello che sta accadendo. E ditemi quale di questi punti non si sta verificando. E se è l’intenzione che conta, questa c’era già due anni fa.
Pure una Commissione indipendente delle Nazioni Unite lo ha definito tale. L’ONU, che se anche non gode di buona salute, è pur sempre l’ONU, se il diritto internazionale vale ancora qualcosa.
Eppure, nonostante ciò, nei nostri giornali e telegiornali si continua a parlare di “guerra”, di difesa di Israele e nei talk show si continuano a invitare personaggi che difendono l’operato di un criminale di guerra come Netanyahu.
Il contesto storico che manca nella narrazione
Sì, il 7 ottobre è stato un massacro, ma sembra che la narrazione di ciò che sta accadendo si sia fermata a quel giorno.
Ciò che è successo negli 80 anni prima (con colpe anche lato palestinese, per carità, non neghiamolo) e ciò che succede ora a Gaza (e in Cisgiordania, ma ci arriviamo) sembra non essere rilevante.
E invece è tutto lì. L’occupazione di decenni, l’espansione continua degli insediamenti, l’apartheid (Gaza è sul mare ma lo sapevi che il governo israeliano nega ai gazawi di pescare nel proprio mare?), l’annientamento quotidiano, la disgregazione e l’occupazione della Cisgiordania attraverso i coloni. Se li chiamiamo “coloni” un motivo c’è e se ci sono i coloni, significa che siamo di fronte ad un nuovo colonialismo. Non sono “abitanti”, non sono “residenti”: sono coloni. Colonialismo, un nome preciso per una pratica precisa.
Si ma, Hamas?
È un’organizzazione terroristica, lo sappiamo. Eppure la sua vittoria alle elezioni a Gaza è stata voluta dal governo di Israele. Lo hanno spalleggiato, lo hanno fatto crescere per dividere i palestinesi. E ora lo usano come pretesto per quello che hanno sempre voluto fare: cancellare la Palestina.
La complicità dei media italiani
I talk show italiani sono inquinati. In nome di una falsa par condicio e di una presunta pluralità di punti di vista, ospitano difensori del governo israeliano che sostengono tesi aberranti, negano il genocidio, negano lo sterminio di migliaia di bambini.
Ma è possibile dialogare con chi sostiene un genocidio? Con chi nega la morte dei bambini mentre le bombe cadono? Nel ’43, se ci fossero stati i talk show, avremmo ospitato sostenitori nazisti che negavano i campi di sterminio in nome del “confronto democratico”?
Non c’è confronto possibile con chi pronuncia idee che sostengono l’omicidio, la violenza, lo sterminio, il massacro, il genocidio.
Molti giornali e giornalisti italiani invece, come Libero, La Verità, Il Foglio con Giulio Meotti, non hanno alcun problema a difendere Israele, o ad usare una sorta di bipensiero per non raccontare tutto quanto sta accadendo (per Molinari i palestinesi stanno emigrando volontariamente).
Pluralità di pensiero, certo, ma il genocidio non è un’opinione e non tutte le idee sono tollerabili, soprattutto quelle che vanno contro ogni principio etico e di diritto internazionale.
I due pesi e le due misure dell’UE
Netanyahu è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale, come Putin. Entrambi sono criminali di guerra secondo il diritto internazionale, ma i trattamenti sono diversi: sanzioni giuste alla Russia, nessuna sanzione a Israele.
Questa è l’ipocrisia internazionale che rende tutto insostenibile. O il diritto internazionale vale per tutti, o non vale per nessuno. Solo in questi giorni, dopo 2 anni e probabilmente sui 70.000 morti (di cui 20.000 bambini), l’UE sta tentando timidamente di condannare Israele (con proposte di sanzioni ai coloni violenti e ministri estremisti), ma sono tentativi troppo blandi e troppo tardi e che vedremo se si concretizzeranno.
Netanyahu non è l’unico criminale. Si è circondato di Ministri le cui dichiarazioni potrebbero benissimo essere state dette da gerarchi nazisti: Israel Katz, Itamar Ben Gvir, Bezalel Smotrich. Ricordiamoci questi nomi perché li troveremo nei libri di storia, dalla parte sbagliata (perché la Storia, nel suo giudizio, non sta a guardare interessi economici e alleanze strategiche).
Smotrich, ad esempio, non ha problemi comunicarci il suo desiderio di annientamento totale e di non avrebbe problemi a giustiziare i bambini gazawi offrendosi come boia, mentre Ben Gvir, già condannato in Israele per razzismo e distruzione di proprietà, nel 2007, a maggio disse che “I palestinesi meritano solo una pallottola in testa”.
Davvero vogliamo far finta che sia una guerra e che Israele si stia solo difendendo?

La soluzione dei due popoli, due stati attraverso Rawls
John Rawls, nella sua teoria del diritto dei popoli, ci offre una prospettiva di giustizia che va oltre le emozioni. Secondo Rawls, ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione, mentre il principio di non aggressione vieta l’espansione coloniale.
C’è però un test ancora più potente del pensiero di Rawls che ci può aiutare a trovare conforto, almeno, sulla teoria, (visto che la pratica in questo periodo lascia a desiderare, perfino il rispetto del diritto internazionale): la posizione originale. Se non sapessimo di che nazionalità siamo, se non sapessimo se nasciamo israeliani o palestinesi, quale soluzione sceglieremmo? Due popoli, due stati.
Rawls ci dà anche altri strumenti utili.
- Distingue infatti tra popoli liberali ragionevoli o popoli decenti, che rispettano i diritti umani, e stati fuorilegge che li violano. La categorizzazione qui è chiara e chissà da che parte starebbe Israele, secondo Rawls1.
- In seno alla teoria non ideale (cioè quella che guarda alle condizioni non ideali del mondo, segnati da ingiustizie e mali sociali2) parla di cos’è una guerra giusta, per la quale lo scopo è una pace giusta e duratura fra i popoli. Nella conduzione di questa guerra giusta inoltre, i popoli ben ordinati (ovvero non quelli fuorilegge), fanno distinzione tra i leader e funzionari di governo (nel nostro caso i capi di Hamas), i soldati e la popolazione civile, soprattutto se questa guerra viene mossa da o contro uno stato fuorilegge quale può essere la Palestina sotto il controllo terroristico di Hamas. In uno stato fuorilegge, i membri civili della società non possono essere quelli che hanno provocato la guerra (es. la strage del 7 ottobre), che è invece imputabile ai leader e funzionari3.
I popoli ben ordinati devono inoltre rispettare i diritti umani dei membri della controparte4.
Israele sta facendo questa distinzione, a Gaza?
Il coraggio di chiamare le cose con il loro nome
Non chiamiamola guerra, perché questa non è una guerra. Non ci sono due eserciti uno contro l’altro. C’è un esercito israeliano che bombarda civili e che vorrebbe l’annientamento totale del popolo palestinese. C’è un popolo intero sotto assedio, senza acqua, senza cibo, senza futuro.
Il vero progetto di Netanyahu è la Grande Israele e Gaza è solo l’inizio. La prossima tappa sarà la Cisgiordania.
Vogliamo scommettere?
Una volta che gli ultimi gazawi saranno stati costretti a trovare asilo altrove o deportati per rendere Gaza una Rimini del medioriente, spartita con gli USA, Netanyahu riverserà tutte le sue forze sulla Cisgiordania. L’obiettivo è non dare alcuna possibilità alla creazione di uno Stato palestinese. Lo ha detto lui stesso: si crea una colonia che taglia in due la Cisgiordania per interrompere la continuità territoriale e impedire così la nascita di un futuro stato palestinese.
Avremo milioni di profughi, bambine e bambini schiacciati, umiliati, generazioni cancellate. E chi sarà sopravvissuto, pensiamo davvero che se ne stia buono, non si radicalizzi e non mediti vendetta?
E noi, che guardiamo, saremo complici se continueremo a chiamarla “guerra” invece che genocidio, se continuiamo a vendere armi a Israele o ospitiamo nei nostri resort soldati dell’ IDF per smaltire lo stress (poverini) con una mano, mentre con l’altra ci asciughiamo finte lacrime.
Non distogliamo lo sguardo.
Non accettiamo la complicità.
Chiamiamo le cose con il loro nome: questo è un genocidio, in diretta.
Note
- John Rawls, Il diritto dei popoli, p. 4, Einaudi 2001
- John Rawls, Il diritto dei popoli, p. 119, Einaudi 2001
- John Rawls, Il diritto dei popoli, pp. 126-127, Einaudi 2001
- John Rawls, Il diritto dei popoli, p. 128, Einaudi 2001