Come le formiche

Una riflessione sulla condotta personale in tempi di emergenza nazionale e biopolitica.

Negli anni ’90, da piccolo, mi divertivo ad osservare le formiche. Se trovavo un formicaio, stavo lì, accovacciato, ad ammirare questi piccoli esserini andare avanti e indietro.
Mi incuriosiva il loro comportamento: con ritmi costanti, svolgevano instancabilmente il loro compito, ciascuno il suo.
A 10 anni non avevo le basi per riflessioni più approfondite sull’organizzazione sociale, sulla loro comunicazione a base di ferormoni e su come o perché le formiche si regolassero tra loro in questo modo, ma l’ordine generale mi era chiaro e mi affascinava.
Non mi limitavo però solo ad osservare, mi spingevo oltre: prendevo un rametto e lo infilavo nel formicaio.
Crudele, sì, ma mi interessava la loro reazione. Le formiche interrompevano subito qualunque cosa stessero facendo per mettersi tutte a lavorare per un unico scopo: ricostruire il formicaio.
Apparentemente, dalla velocità con cui correvano qua e là, sembravano prese dal panico, ma non era così; c’era un ordine ben preciso in quello che stavano facendo.
Era una situazione di emergenza e tutta la comunità cooperava per risolvere questa situazione.
Come?
Non c’era una legge o una norma che obbligava o richiedeva loro di farlo. Semplicemente lo facevano.

Lasciamo ora da parte gli anni ’90 e torniamo un po’ più indietro nel tempo.
Siamo nel 1976, a Parigi.

Michel Foucault è in crisi esistenziale perché le sue ricerche gli paiono troppo frammentate, senza un filo conduttore e se ne lamenta con i suoi studenti del Collège de France.
È però in questi corsi e nel volume La volontà di sapere che Foucault ci dona una delle più importanti riflessioni sul potere, approfondendo i concetti di biopotere e biopolitica.

Con il termine biopolitica, Foucault intende quelle particolari pratiche per mezzo delle quali il potere entra nei meccanismi della vita.

A differenza del potere dei sovrani prima del XVIII secolo, in cui il potere era potere di vita o di morte, abbiamo ora a che fare con una gestione positiva della vita.

Per millenni l’uomo è rimasto quel che era per Aristotele: un animale vivente e inoltre capace di un’esperienza politica; l’uomo moderno è un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente.

La volontà di sapere, 1976

Biopolitica è dunque quella politica che entra in profondità nelle nostre vite, che le regola intorno al nostro essere vite organizzate e collegate tra loro.

Cosa c’entrano Foucault e il suo concetto di biopolitica con le formiche?

Pensiamo alla situazione di emergenza che stiamo vivendo ora: barricati in casa, quarantenati, senza possibilità di fare jogging se non girando attorno a casa propria, di comprare beni non necessari nei supermercati, con i nostri spostamenti tracciati in collaborazione con le compagnie telefoniche.
Tutte indicazioni poste da norme che regolamentano pesantemente la nostra sfera privata, che modificano drasticamente la nostra quotidianità, che ci sorvegliano e ci puniscono se trasgrediamo.
Siamo in emergenza, è vero, ma queste norme sono la più profonda espressione di ciò che Foucault chiama biopolitica.
Forse non ce ne siamo mai resi conto prima, perché in situazioni di normalità le norme che ci accompagnano non ci sembrano così invadenti, ma esistono ed ora si fanno semplicemente più evidenti.

Ma perché?

L’ingerenza dello Stato è inversamente proporzionale alla cultura (civica) e responsabilità dei cittadini.
Non entro nel merito della necessità di chiudere o meno gli esercizi commerciali o le fabbriche, ma delle regolazioni alla nostra vita quotidiana.

Pensiamo alla nostra condotta personale: quanti di noi avrebbero deciso di propria spontanea volontà di uscire di casa solo se necessario, di non radunarsi in gruppi, di non comprare beni non necessari senza un indicazione da parte dello Stato con rischio di compiere un reato?
Quanti di noi avrebbero deciso di agire per il bene comune, abbandonando gli individualismi e gli egoismi senza i decreti ministeriali?

La situazione che stiamo vivendo mette a nudo tutto il dislivello che c’è tra la nostra educazione (o cultura civica) e regolazione. Sono infatti due fattori inversamente proporzionali: più educazione significa meno necessità di ricorrere a norme.

Parlo di norme perché, come ci dice sempre Foucault, un potere che ha il compito di occuparsi della vita ha bisogno di meccanismi regolatori e correttivi e non di leggi che con la spada separano gli obbedienti dai non obbedienti, con la repressione dei secondi.

Più educazione significherebbe dunque meno regolamentazione e più condotta personale dettata dalla responsabilità e al buonsenso significherebbe meno necessità dello Stato di intervenire.

Come le formiche, dobbiamo essere noi i primi a sentire la necessità di cooperare per il bene collettivo, non perché esiste una norma che lo richiede, ma perché è il nostro senso di responsabilità e il nostro buonsenso a guidarci.

Rispondi